Poesia

Il movimento Apollo

Il movimento al-Diwan

Bibliografia

Links

 


 

 

 



Poesia

La poesia araba moderna nasce da una grande tradizione classica rigenerata in un’epoca di sfide culturali, ed è testimone un grande rinnovamento nel pensiero. Dalle rovine dell’Impero califfale ottomano sono emersi gli intellettuali che hanno sostenuto i movimenti di liberazione nazionale elaborandone le linee di tendenza ideologiche. L’impatto con l’Occidente, ha prodotto una frattura che, nella forma poetica, si traduce nelle prime composizioni in versi liberi di Jubrān Khakīl Jubrān (1883-1931). In Oriente la sua opera sarà divulgata dalla poetessa palestinese Mayy Ziayadah (1886-1941) animatrice di un importante salotto letterario al Cairo, e autrice dei primi componimenti poetici in prosa. La poesia moderna, rappresentata dal poeta Abū Shadī (1892-1955) sulla rivista Apollo, si scontrerà con il giudizio intransigente dei critici conservatori. Il critico e poeta Abbās Mahmūd al‘Aqqād (1889-1964), promotore della rivista “Dīwān”, non approverà la rottura della metrica tradizionale, mentre della poesia straniera accoglierà soprattutto quella romantica, tra cui Shelley, Byron e Carlyle, con la sua immagine dell’eroe che bene rispondeva all’esigenza di riscatto della libertà nazionale. La figura mitica dell'eroe beduino, poeta e cavaliere del deserto, si arricchisce adesso di nuovo significato e diventa l'ispiratore del nazionalismo che spinge a sollevarsi contro la tirannide dell'usurpatore straniero.

La nuova generazione si propone di creare una nuova filosofia di vita, per rispondere alla crisi generata dall'incontro-scontro tra l'Islam tradizionale e le innovazioni apportate dal contatto con l'Occidente.

La crisi socio-culturale per il poeta coincide con il lento ma inarrestabile mutare della sua weltanschauung, del suo rapporto con il mondo. Il problema riguarda in primo luogo l'individuo e il suo rapporto con la comunità nell'ambito della quale trova conferma l'identità linguistico-religiosa; e in secondo luogo riguarda il rapporto tra l'uomo, il poeta moderno, e Dio. Il bene della comunità, nel suo insieme, è per l'Islam un valore assoluto ma, per i tradizionalisti, l'individuo in quanto tale trova la risposta ai suoi quesiti solo all'interno della comunità. La crisi esistenziale dell'uomo moderno, dell'individuo che si trova a misurarsi con i nuovi orizzonti aperti dalla conoscenza si scontra contro il muro della tradizione. La tradizione, secondo le linee guida tracciate dall’ortodossia, insegna a mettere in pratica una cultura religiosa che consiste nel perpetuare un ciclo in cui l'uomo avanza nella misura in cui ritorna sui suoi passi. Tale atteggiamento, se tradotto in termini di tradizione poetica, insegna che più la poesia rispetta le regole della tradizione classica più è valida. Ne consegue che l'innovazione individuale di per sé non è un valore. La poesia neoclassica, che si radica nel solco di questa tradizione si limita a timide innovazioni linguistiche, ma non è moderna.

Dall’altra parte gli innovatori vogliono tirare fuori la cultura arabo-islamica dall'isolamento, e ricollegarlo alle sue radici mediterranee, a quella concezione che vede la vita come un vasto spazio per la conoscenza umana, un campo fertile che ha in sé i germi di un progresso mirato a superare i limiti della tradizione nel rispetto della propria identità.

L'irachena Nāzik al-Malā'ika (1923) è tra i primi a comporre versi liberi, spezzando la struttura dell'emistichio. Il metro si fonda ora su di un solo piede, ripetuto liberamente in ogni verso. Fanno parte dell'avanguardia anche gli iracheni al-Sayyāb, al-Bayyātī (1927-1996) e l'egiziano Salāh ‘Abd al-Sabūr (1931-1981), per loro il condizionamento del doppio emistichio e della rima unica è finito.

Con la fondazione dello stato di Israele, nel 1948 nasce la diaspora dei palestinesi. Il poeta, tradizionale cantore delle gesta della tribù, non può tacere, piange con la sua gente per i luttuosi eventi, ma si anima determinato a motivare e a sollecitare il riscatto dalla tirannide straniera.

Al clima generale di sconfitta si avvicenda presto la speranza nel riscatto con il successo della rivoluzione egiziana del 1952. I poeti impegnati che in quegli anni hanno maturato il convincimento di doversi fare portavoce dei mutamenti epocali che travagliano il mondo arabo, salutano l’evento con grande entusiasmo. Il poeta diventa il portavoce dell’ideologia vincente, il cantore dell’arabismo è politicamente impegnato e prende posizione a fianco dei nuovi potenti.

Nel 1953 in Libano Suhāyl Idrīs (1923) fonda la rivista letteraria al-Adāb che dà un fondamentale contributo alla diffusione del nuovo corso della letteratura araba impegnata. Caposcuola è l'iracheno ‘Abd al-Wahhāb al-Bayyātī. Gran parte del supporto ideologico e immaginario della nuova tendenza va cercato nelle opere di Majakowsky, Lorca e Neruda, e Sartre.

Questa visione contrasta nettamente con quella dei poeti simbolisti che in quello stesso periodo davano vita ad una nuova corrente di pensiero e sceglievano a rappresentarli il simbolo del dio della vegetazione babilonese, Tammūz, che ogni anno rinasce nel mese di luglio. Il gruppo, che si raccoglie attorno al palestinese Jabrā Ibrāhīm Jabrā (1920-1994), al libanese Yūsuf al-Khāl (1917-87) e al siriano Adonis (1930), ritiene prioritario il coinvolgimento del poeta sul piano dell'impegno civile nella vita culturale del proprio paese piuttosto che nell'ambito politico. Il movimento dei simbolisti si propone il recupero degli elementi più innovativi della tradizione preislamica. Il linguaggio simbolico permette loro di attingere alle fonti mistiche e mitologiche dell'oriente antico e di dare nuovo significato alle antiche figure retoriche. All’esclusivismo delle figure archetipe dell’Islam tradizionale si accosta la richezza culturale del Medio Oriente, antica fucina di civiltà straordinarie.

In Medio Oriente, con la sconfitta del 1967 e poi la guerra nel Libano, i rapporti tra intellettuali e potere sono divenuti sempre più difficili e in molti hanno scelto l’esilio. Da questa nuova generazione emergono i nomi di Mahmūd Darwīsh (1946), Tawfīq Sāyigh (1924-1971), Samīh al-Qāsim (1940). Da allora di conflitti si sono frantumati in miriadi di piccole battaglie quotidiane che dissanguano ogni speranza; ancora una volta il poeta si sente chiamato a ricostruire un tessuto culturale disfatto, ma ora si allontana dall'impegno politico per rivolgersi all'introspezione, al surrealismo, per creare dalla tragedia del presente un nuovo mito. In questo panorama, le voci delle donne si distinguono per maggiore sensibilità nel presentare il disagio umano, e le ragioni del cuore su quelle dell’odio.

La presenza coloniale, nel Maghreb, e in parte la rigidità dei critici ancorati ai vecchi schemi tradizionali, hanno ritardato il manifestarsi di un rinnovamento in campo poetico. La prosa ha potuto svilupparsi senza essere vincolata a modelli canonici, mentre per la poesia è stato più difficile liberarsi dal condizionamento della metrica classica. Il primo autore moderno è il tunisino Abū l-Qasim al-Shabbī (m. 1934) la cui opera riuscì a diffondersi in tutto il mondo arabo grazie ai suoi contatti con i letterati del gruppo egiziano “Apollo”. L'opera poetica di Shabbī e della rivista "al-Alam al-adabī", non riuscì tuttavia a fare breccia nella struttura tradizionale. La sua unica raccolta “Canti della vita” si distingue dall’opera dei suoi coevi per aver anticipato temi quali il disagio politico e sociale e la ribellione contro una tradizione soffocante; Shabbī è stato il maestro delle generazioni future, quelle che negli anni '50-'70 avrebbero avviato la vera sperimentazione.

Lo scarso scambio con la critica mediorientale, non ha impedito alla poesia del Maghreb di percorrere un itinerario di ricerca molto affine a quello degli innovatori egiziani e siro-libanesi. Negli anni cinquanta, grazie all’opera divulgatrice della rivista poetica libanese Shi‘r, in Medio Oriente si conosceva l’opera di autori come Hallāl al-Fāsī, ‘Abd al-Karīm b. Thābit e ‘Abd al-Magid Bin Jallūn (1915-1981). Il rapporto di scambio con l’Oriente, si è poi intensificato con il diffondersi dei movimenti di liberazione nazionale, e il vincolo di solidarietà si è rafforzato con l’acuirsi del dramma palestinese. Quest’ultimo in particolare ha contribuito, almeno idealmente, a fare superare le barriere geografiche facendo sì che ogni intellettuale arabo arrivasse a sentire propria la tragedia palestinese.

Per sfuggire al pessimismo del tempo presente si idealizza un’epoca aurea, i poeti si ispirano alle opere dell’epoca abasside e alle innovazioni del periodo andaluso per promuovere la rinascita culturale. Dalla Mauritania alla Libia si ha una vasta produzione di poesie che esprimono sentimenti molto sentiti a livello popolare.

Sul finire degli anni settanta si assiste al fiorire di un intensa stagione poetica che si diversifica per tendenze che vanno dal surrealismo al l’ermetismo. Tra gli autori spiccano i nomi di al Shaykh Sīdi Muhammad Wuld in Mauritania, e Muhammad al-Sabbāg che sviluppa la poesia allegorica in Marocco, Muhammad Ridhā al-Kafī e Munsif Mustaghannī in Tunisia, e Fu’ād Kabbāzī in Libia.

Si intensifica anche la produzione critica dove spicca l’opera del grande poeta marocchino Muhammad Bannīs (1948). Notevole è anche la poesia in lingua francese che tra i suoi numerosi e celebri rappresentanti vanta in Marocco Abd al-Latif La’abi (1942), in Tunisia Abdelwahhab Meddeb e in Algeria Habib Tengour.

E’ soprattutto negli anni ottanta che la poesia delle donne acquista un ruolo crescente; numerose autrici si distinguono per l’innovazione e la spiccata sensibilità nel panorama della produzione poetica. A precorrere il successo di Wafā’ al-‘Amrānī in Marocco si ricorda Mālikah al-‘Asimī, e in Tunisia la giovane Amāl Musā si afferma su una tradizione inaugurata dalla poetessa Fadhīlah Shabbī.

Francesca Maria Corrao


 

Inizio pagina